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Riforma statali: approfondimenti

Tra gli undici decreti attuativi della Riforma Madia quello sicuramente più scottante e che sta avendo più eco mediatico, riguarda il licenziamento dei c.d. “furbetti” del cartellino. L’argomento era stato già ampiamente discusso nella Riforma Brunetta del 2009 per contrastare il fenomeno sempre più dilagante dell’assenteismo.

Tra le modifiche apportate dal nuovo decreto particolare attenzione merita quella relativa alla definizione di “falsa attestazione della presenza” che secondo la nuova definizione risulta essere qualunque condotta mediante la quale un dipendente, da solo o con l’aiuto di terzi, faccia risultare di essere in servizio o comunque alteri l’orario di ingresso e uscita dal lavoro. Si macchia dell’illecito anche chi agevola con il proprio comportamento, attivo od omissivo, la commissione dell’illecito da parte di altri.

Se l’illecito viene accertato in flagranza o attraverso strumenti di registrazione degli accessi o di sorveglianza, il dirigente responsabile è obbligato a sospendere, in via cautelativa, il dipendente entro le 48 ore, senza necessità di ascoltarlo preventivamente. Ovviamente la sospensione, data la delicatezza della misura, è accompagnata da un provvedimento motivato. La sospensione è temporanea ed è diversa dal licenziamento anche se i suoi effetti non fanno altro che anticipare la più drastica misura della cessazione del rapporto di lavoro.

Un ruolo importante e di responsabilità, come si evince, lo ricopre, dunque, il Dirigente il quale può essere punito anch’egli con il licenziamento se non avvia nelle 48 ore successive dalla scoperta dell’illecito di falsa attestazione, il procedimento di sospensione e non dispone la trasmissione degli atti all’Ufficio per i procedimenti disciplinari.

L’Ufficio disciplinare a sua volta, ricevuti gli atti, deve portare a termine entro e non oltre 30 giorni dalla ricezione del fascicolo concernente l’illecito, il procedimento.

Inoltre il dipendente pubblico che si macchi di tale illecito potrà essere chiamato a rispondere per danni di immagine e condannato dal giudice al pagamento di una somma che in ogni caso non potrà essere inferiore a sei mensilità dell’ultimo stipendio percepito. 

 

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