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Le pensioni minime non sono pignorabili

Le pensioni minime non sono pignorabili

Il pignoramento presso terzi ovvero l’espropriazione di crediti del debitore verso terzi o di cose di proprietà del debitore ma in possesso di terzi è disciplinato dall’art. 543 e seguenti del codice di procedura civile.

A seguito dell’emanazione del decreto legislativo 85/2015 convertito nella legge 132/2015 la disciplina ha subito delle variazioni soprattutto per quanto riguarda la disparità di trattamento tra i pignoramenti di stipendi o pensioni effettuati direttamente presso il datore di lavoro o l’ente erogatore della pensione e i pignoramenti effettuati a seguito di accredito sul conto corrente.

Infatti il nuovo art. 545 c.p.c. stabilisce che per i pignoramenti notificati dopo il 27 giugno 2015 “le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti”.

Per evitare confusioni di sorta circa la determinazione della somma di sopravvivenza, il legislatore ha preso come riferimento l’assegno sociale relativo all’anno 2015 che era pari a 448,42 euro.

Un ulteriore modifica apportata dal decreto stabilisce, all’art. 546 c.p.c., quali sono i limiti da applicare ai pignoramenti “le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto corrente bancario o postale intestato al debitore, per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti”.

La riforma ha certamente reso per il creditore più difficoltoso il recupero delle somme ma un barlume di speranza potrebbe essere per lui l’aver preventivamente dato corso al procedimento di cui all’art. 492 c.p.c. e aver ottenuto dalle banche la certezza del credito. 

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