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Come cambia la struttura del pubblico impiego

Come cambia la struttura del pubblico impiego

Nei giorni scorsi il Ministro Marianna Madia ha firmato l’atto di indirizzo all’Aran per chiudere la riforma dei comparti. Una mossa decisiva e concreta per tutti i lavoratori statali che da circa 6 anni hanno i contratti bloccati e che da mesi si sentono dire dalla Corte Costituzionale che la situazione deve essere superata.

Ma vediamo nello specifico.

Oggi la Pubblica Amministrazione è divisa in quattro comparti: Agenzie Fiscali, Ministeri, Presidenza Consiglio Ministri e altri enti pubblici. A ogni comparto equivale un contratto nazionale e gli accorpamenti previsti all’epoca dalla Riforma Brunetta ora interesseranno da vicino la vita dei dipendenti pubblici.

Gli accorpamenti ovviamente dovranno avvenire per affinità e allora la Sanità che presenta caratteri particolari rimarrà sola, come sole resteranno Regioni ed enti locali. La scuola, per ovi motivi, sarà accorpata a università, ricerca e alta formazione. Le restanti pubbliche amministrazioni si uniranno in “matrimonio” tra loro dando vita ai poteri nazionali che gli addetti ai lavori hanno soprannominato il “compartone” per la differenza di caratteristiche che è chiamato a gestire. Nel calderone del compartone andranno a finire ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici.

Ma c’è un dato che non può essere non essere tenuto in considerazione: le buste paga. Infatti la differenza che esiste tra le buste paghe medie di questi settori che sono destinati ad amalgamarsi è evidente. Se spulciamo tra le voci stipendiali di base ci rendiamo conto che un dipendente ministeriale medio percepisce 22.852 euro lori annui, un dipendente delle agenzie fiscali si attesta intorno ai 24.101 euro mentre un dipendente degli enti non economici sale fino a 26.321 euro.

A questo punto la domanda è d’obbligo: come sarà possibile unire questi comparti dalle differenze, anche salariali, evidenti in un unico contratto nazionale?

Le strade ipotizzate potrebbero essere tre, due delle quali scartate a priori. Infatti non è possibile pensare né ad un livellamento verso il basso che indurrebbe i dipendenti e sindacati a protestare con veemenza, né ad un livellamento verso l’alto che costerebbe miliardi di euro.

La strada, probabilmente, più percorribile è quella di costituire un nuovo tabellare di entrata per il comparto unico, fermo restando che le somme maturate nel tempo da ogni dipendente, resterebbero fisse.  

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